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Orazione inaugurale

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Orazione inaugurale

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prefazione di Oliviero Diliberto. Cura e postfazione di Paolo Fai

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L'Orazione inaugurale è il discorso che Achille Lamanna, regio procuratore della Corte d'Appello di Siracusa, tenne all'apertura dell'anno giudiziario davanti ad altri magistrati e avvocati. Era il 5 Gennaio 1861, quando ormai il regno delle Due Sicilia della dinastia borbonica era defunto e stava per nascere il nuovo regno dell'Italia unita dei Savoia. Il regio procuratore Achille Lamanna tesse l'elogio del diritto e della legge uguale per tutti, come segno di discontinuità rispetto al regno dei Borbone, contraddistinto da prevaricazioni e ingiustizie di ogni specie. Il breve discorso risulta di stringente attualità e - se le date non fossero ben evidenti - si direbbe pronunciato nei giorni nostri e non all'alba dell'unità d'Italia, 150 anni fa. Il libretto si rivela dunque quanto mai attuale e funge da monito per chiunque si adoperi a sottomettere i giudici al potere politico  e ad asservire la giustizia a qualcuno, più uguale degli altri. 

Oliviero Diliberto (Cagliari, 1956) figlio di una famiglia della borghesia cagliaritana da padre siciliano, laureato in giurisprudenza, è professore ordinario di Diritto romano presso l'Università La Sapienza di Roma. Ha diretto dal 1994 al 1995 il settimanale del Prc Liberazione ed è autore di numerosi saggi. E' stato deputato della Repubblica dal 1994 per quattro legislature fino al 2008, oltre a ricoprire la carica di Ministro di Grazia e Giustizia nel governo guidato da D'Alema dall'ottobre 1998 al 2000. Tra il Febbraio e l'Aprile 2011 scrive, insieme a Fausto Sorini e Vladimiro Giacchè, il libro Ricostruire il partito comunista - Appunti per una discussione.

Paolo Fai (Solarino, 1949) non ha mai voluto far parte di un club che accettasse fra i suoi membri un tipo come lui. Marxista convinto, di tendenza Groucho, col tempo ha scoperto Karl, convincendosi della giustezza delle sue analisi davanti al capitalismo dal volto sempre più disumano. Colpevole di aver cominciato ad insegnare a 23 anni, ha ingoiato l'amaro boccone del pensionamento coatto per sopraggiunti limiti di età, mentre la gerontocrazia è il marchio costante della politica costante. Tra i suoi vizi confessabili il più grave è leggere e scrivere. Lo pratica per sentirsi vivo in un paese di morti, per illudersi che il coraggio delle idee sia migliore della viltà dei conformisti e dei servi volontari. Ha da sempre coltivato la parrhesìa, la libertà di parlare con franca lingua. Figurarsi se la smette adesso, ad oltre sessanta anni.